Cosa ci può insegnare un’aragosta sulla nostra salute mentale?
L’ARAGOSTAdi Abraham Twerski“L’aragosta è un’animale molle e delicato ricoperto da una corazza. La sua corazza però non cresce con il corpo interno.
Allora come fa a svilupparsi? Quando l’aragosta cresce, la corazza diventa stretta e l’animale si sente sotto pressione e a disagio. Così va sotto una formazione di rocce per proteggersi dai predatori, si disfa del suo guscio e ne crea uno nuovo su misura.
Ben presto però quella stessa nuova corazza diverrà di nuovo stretta e confinante così da costringere l’animale a tornare sotto le rocce e ripetere il ciclo diverse volte. Lo stimolo per l’aragosta per crescere sta nel fatto che lei si sente confinata e a disagio.
Ora se l’aragosta avesse un dottore non sarebbe mai in grado di crescere. Perché nel sentirsi a disagio andrebbe a farsi prescrivere delle medicine per non soffrire. Quello che dobbiamo imparare da questo straordinario animale è che i periodi di stress sono anche periodi che segnalano la nostra crescita. E se facciamo tesoro delle nostre avversità allora saremo capaci di usarle per crescere.”
Ansia e depressione sono tra le etichette diagnostiche più comunemente usate nel ventunesimo secolo e sono tra i disturbi più diffusi dei paesi sviluppati. Il modello biomedico ipotizza che i disturbi mentali siano disturbi biologici.
Per questo motivo, spesso si promuove esclusivamente il trattamento dei cosiddetti “disturbi mentali” con alcuni farmaci che abbiano come obiettivo le presunte anormalità biologiche
L’approccio biomedico alla psicopatologia, tuttavia, non ha riscontrato grande successo clinico, anzi. Una recente review a cura di Brett Deacon pubblicata sul prestigioso giornale Clinical Psychology review, ha messo in luce, attraverso una disamina di una gran mole di studi, come la diffusa fede cieca nelle neuroscienze e nella possibilità che queste possano rivoluzionare la clinica della salute mentale ha avuto pochi risultati e un rallentamento dell’innovazione clinica.
Nonostante gli studi scientifici sull’efficacia dei farmaci e di specifiche terapie per specifici problemi mentali siano in aumento e nonostante una diffusione delle terapie specifiche per disturbi specifici, l’incidenza di ansia e depressione continua ad aumentare.
C’è qualcosa che non funziona nel nostro modo di pensare alla psicopatologia.
In un articolo sul Guardian, Richard Bentall, professore di psicologia clinica dell’università di Liverpool e autore del bestseller Madness Explained, ha recentemente definito questo approccio una sorta di Astrologia clinica.
Il titolo dell’articolo, scritto a caratteri cubitali, recita proprio “Le diagnosi sono gli ultimi segni zodiacali della psichiatria, ascoltiamo di più e droghiamo di meno“.
Secondo Bentall, il problema è proprio l’ascientificità delle diagnosi descrittive: sono costruite con una scienza piuttosto precaria, che costringe a riscrivere i manuali ogni anno, ha completamente escluso ipotesi eziologiche in favore di spiegazioni neurobiologiche, nonostante assegni a problemi del tutto diversi una stessa etichetta diagnostica onnicomprensiva.
Un esempio su tutti: la depressione. Il DSM 5, il principale manuale diagnostico sui disturbi mentali, stabilisce la possibilità di diagnosticare un disturbo depressivo maggiore sulla base di una lista di 9 sintomi.
Per diagnosticare la depressione, devono essere presenti 5 sintomi su 9 per un periodo di almeno due settimane, con alcuni di questi sintomi in antitesi (ad esempio, insonnia o ipersonnia). Se la matematica non sbaglia, due persone possono avere la stessa diagnosi di depressione con solo un sintomo in comune su 5.
Questo pone alcuni problemi quando, per studiare alcune cure per la “malattia” o per studiarne i meccanismi neurobiologici sottostanti, si prendono in considerazione individui molto diversi per cui si ipotizza un meccanismo comune, o una modalità comune e standardizzata di cura.
Ora, se pensiamo che quasi tutto l’edificio scientifico che racchiude le nostre conoscenze è stato costruito su queste basi, possiamo anche comprendere perché i moltissimi tentativi di trovare cure standardizzate e “anormalità neurobiologiche” comuni a tutti gli individui che soffrono di un determinato disturbo siano falliti.
Qualche esempio: in Svezia, a seguito di proclami entusiastici di studi che mostravano come alcune psicoterapie fossero efficaci per specifici disturbi, si è deciso di implementare unicamente quelle terapie nel sistema sanitario nazionale con un progetto che è costato una porzione considerevole del PIL.
Qualche anno dopo gli enti governativi sono dovuti tornare sui propri passi dopo un audit del programma.
Circa 7 miliardi di corone dopo, il National Audit Office, dopo aver esaminato il programma, ha infatti concluso quanto segue:
L’adozione diffusa del metodo non ha avuto alcun effetto sul recupero delle persone compromesse da depressione e ansia;
Un numero significativo di persone che non erano disabilitate al tempo e che sono state trattate con la terapia cognitivo-comportamentale sono divenute disabili, aumentando quindi la durata della condizione di disabilità eùù.
Circa un quarto delle persone trattate con la terapia cognitivo comportamentale ha interrotto la terapia”
Da quando è stata reintrodotta la libera scelta del proprio terapeuta (e non della specifica terapia per lo specifico disturbo), la situazione è decisamente migliorata.
E ancora, sono stati spesso e ripetutamente annunciati risultati sorprendenti di studi che hanno trovato varianti del gene 5-HTTLPR (un gene che codifica per il trasportatore della serotonina) associate a un maggior rischio di sviluppare una depressione maggiore. Una recente analisi dei dati disponibili su questo gene hanno tuttavia negato l’evidenza che questo abbia un qualsivoglia legame con la depressione.
L’adozione di nuovi metodi di genetica molecolare per lo studio dei pazienti psichiatrici, non ha trovato nessun effetto significativo per singoli geni. Le ultime evidenze suggeriscono che molti geni – forse migliaia – contribuiscono in piccolissima parte alla vulnerabilità ai disturbi psichiatrici e che questi effetti sono estremamente aspecifici.
In psichiatria si sono avvicendate ormai una decina di teorie sull’eziopatologia neurobiologica della depressione, o sulla genetica dei disturbi mentali senza alcuna evidenza conclusiva.
Nel frattempo, c’è un intero filone di ricerca che ha mostrato e replicato risultati che raccontano un’altra storia. Centinaia di studi hanno riscontrato come eventi di vita negativi abbiano un impatto diretto sull’umore.
Le nostre storie di vita, le nostre relazioni e la nostra esperienza danno forma anche alle forme più gravi di malattia mentali:
I migranti hanno un rischio di sviluppare psicosi quattro volte più alto di altri gruppi e questo effetto è più grande se vivono in aree in cui sono una minoranza. Anche essere separati precocemente dai genitori aumenta il rischio di psicosi, così come crescere in un ambiente urbano, dove le relazioni con altri esseri umani sono ridotte.
La stessa cosa vale per il bullismo cronico. Molti studi hanno anche riportato un’associazione tra il trauma precoce e la psicosi con effetti molto grandi, consistenti e replicati.
Uno studio recente ha stimato che gli individui vittime di abusi sessuali nell’infanzia abbiano un rischio 12 volte più grande di altri di soffrire di malattia mentale grave.
Questi studi mostrano una figura piuttosto chiara: la nostra sofferenza, qualunque forma abbia, ha un significato che va compreso (e più raramente soppresso) per permettere una crescita.
I sintomi non sono qualcosa che ci rende anormali: la vera anormalità è considerare i sintomi un “disturbo” interno e privarli del significato soggettivo, assegnando la causa del disturbo all’interno del cervello e non alla complessità relazionale in cui siamo immersi ogni giorno.
La cosa sorprendente è che questo sistema concettuale si è incarnato nel nostro modo di pensare. Capita spesso agli psicoterapeuti, nel primo incontro con i pazienti, di vedere facce stupite quando, dopo aver descritto i sintomi, si chiede loro cosa li abbia portati a stare così. Se stiamo in un modo che è definito “anormale”, non siamo anormali, ma ci è successo qualcosa di anormale.
E’ come per l’aragosta. Assegnare una causa “interna” e priva di significato a uno stato psicologico di un sistema complesso toglie significato all’uomo nel suo intero. [Leggi: sette cose da sapere sugli attacchi di panico] Non è però il dolore in sé che ci permette di crescere: i sintomi ci indicano che la nostra sofferenza ha bisogno di essere compresa per permettere di cambiare guscio.
Il filosofo Ludwig Wittgenstein ci insegna che le parole che usiamo ogni giorno possono trarci in inganno, e quello della diagnosi è un inganno che dura da troppo tempo.
Seppur la diagnosi abbia una effettiva utilità clinica in molti casi, l’uso di semplici parole o di sigle per descrivere disturbi ci ha convinti che i cosiddetti “disturbi mentali” siano oggetti reali presenti nel mondo o nelle nostre teste, e che come tali non abbiano una storia che non sia uno squilibrio chimico nel nostro cervello. Se continuiamo a reificare le emozioni umane, rischiamo di diventare oggetti senza storia e senza significato.
Esistono terapie specifiche per specifiche storie, non terapie specifiche per disturbi specifici, dato che i disturbi non esistono se non come linee guida per la nostra mente. Vanno bene se siamo consapevoli che dietro a ogni etichetta diagnostica si cela una complessità. Sono dannose se semplificano la complessità dell’essere umano.
Per citare “Alla ricerca di un significato della vita” di Victor Frankl, psichiatra e neurologo austriaco:
Una reazione anormale a una situazione anormale è un comportamento normale
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